Perché molti negozi stanno chiudendo: la verità che nessuno dice sulla crisi del retail

Ti sei mai accorto di quella saracinesca abbassata che ieri era viva e oggi sembra un ricordo? Succede spesso, troppo spesso. E la sensazione è sempre la stessa, non è solo un negozio che chiude, è un pezzo di strada che si spegne, un’abitudine che sparisce, un “ci vediamo lì” che non funziona più.

La “verità” dietro le chiusure: non è una sola causa

Quando si parla di crisi del retail, l’istinto è dare la colpa a un solo colpevole. In realtà è un incastro di tre forze che, insieme, diventano quasi impossibili da contrastare per la bottega di quartiere.

Ecco il punto: non sta cambiando solo dove compriamo, sta cambiando perché compriamo e cosa consideriamo “necessario”.

1) Consumi interni: la spesa discrezionale si è ristretta

Negli ultimi anni molte famiglie hanno fatto una scelta silenziosa ma decisiva: prima vengono bollette, affitti, rate, salute, scuola, trasporti. Poi, se avanza, il resto. È qui che tanti piccoli negozi perdono terreno, perché vivono soprattutto di acquisti “di piacere” o comunque rinviabili.

In concreto significa:

  • meno acquisti d’impulso
  • più attenzione al prezzo
  • più sostituzioni con alternative low-cost
  • più “ci penso” che diventano “non lo prendo”

Il risultato è un flusso di cassa più fragile, e basta poco (un aumento dei costi, un mese storto, un calo di passaggio) per finire sott’acqua.

2) E-commerce: crescita enorme, impatto quotidiano

L’online non è più “una comodità”, è un’abitudine. Tra 2012 e 2024 il commercio via internet è cresciuto di oltre il +114,9%, mentre i negozi fisici hanno perso più di 140.000 unità in 12 anni, con un saldo che arriva a circa 103.000 chiusure nette tra 2011 e 2025.

Non è solo la consegna a casa. È il confronto immediato dei prezzi, le recensioni, la disponibilità infinita. E per un micro-negozio, competere con:

  1. assortimento vastissimo
  2. logistica efficiente
  3. promozioni continue

diventa una sfida impari, soprattutto se la clientela in zona diminuisce o invecchia.

3) Trasformazione del settore: vincono formati più grandi

Qui arriva la parte che in pochi dicono chiaramente: il retail sta cambiando forma. Non sta sparendo, si sta spostando verso modelli diversi, spesso più grandi, più standardizzati, più capaci di reggere costi e volumi.

In alcune regioni il calo delle botteghe è netto (ad esempio intorno al -14,5% in Abruzzo e -14,4% in Emilia-Romagna), mentre nei centri storici succede un altro fenomeno: i negozi tradizionali lasciano spazio a servizi (farmacie, telefonia) e a una crescita impressionante degli affitti brevi (si parla di +170%).

E la strada cambia volto: meno vetrine “di relazione”, più attività che funzionano senza legame con il quartiere.

Dove si chiude di più (e perché conta saperlo)

In valore assoluto le regioni più colpite includono Lombardia, Veneto e Piemonte. In percentuale soffrono molto anche Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia. Alcune città, come Ancona, Trieste e Ravenna, vengono indicate come aree a rischio forte, con la possibilità di perdere fino a un terzo delle attività.

Non è un dettaglio statistico. È una mappa del disagio urbano che si forma lentamente, via dopo via.

La desertificazione commerciale: quando manca anche l’essenziale

Il dato che fa più rumore, quando lo si immagina nella vita reale, è questo: oltre 1.200 comuni risultano senza negozi di alimentari. E poi ce ne sono 3.200 senza librerie, cartolerie o articoli sportivi, e 3.800 senza stazioni di servizio.

Sembra solo “comodità”, ma è molto di più:

  • più spostamenti, e non tutti hanno auto o tempo
  • più isolamento per anziani e famiglie fragili
  • vie più vuote, quindi meno sicurezza percepita
  • meno incontri casuali, meno comunità

È il classico effetto domino che gli urbanisti collegano anche al tema della gentrificazione, perché cambia chi resta, chi arriva e che tipo di vita quotidiana diventa possibile.

Cosa succede adesso: GDO, domeniche e nuove abitudini

Nel 2026 si parla anche di chiusure domenicali nella grande distribuzione, con l’obiettivo di ridurre i costi delle maggiorazioni e liberare risorse per sconti e strategie anti-inflazione. Un italiano su tre già non fa la spesa nei festivi, e molti approvano per il benessere dei lavoratori, anche se resta una quota che teme disagi.

Intanto cambiano anche i carrelli: più frutta, verdura e pesce, meno carni rosse, e cresce la domanda di prodotti a marchio del distributore, spesso percepiti come più convenienti.

La conclusione che “nessuno dice” ad alta voce

La crisi non è solo economica. È una crisi di prossimità. Stiamo perdendo luoghi dove non si comprava soltanto, si parlava, si chiedeva un consiglio, ci si riconosceva. Finché la saracinesca abbassata resta un fatto isolato, fa tristezza. Quando diventa la norma, cambia il modo in cui viviamo città e paesi.

E la verità è questa: se il negozio di vicinato muore, non muore solo un’attività. Muore un presidio sociale. E ricostruirlo, dopo, costa molto più di quanto immaginiamo.

Redazione Riso News

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