Allarme pensione: ecco chi rischia di non andarci mai con le nuove regole sull’età

Ti confesso che la prima volta che ho provato a “fare i conti” per la pensione ho avuto la sensazione di inseguire un traguardo che si sposta di qualche passo ogni volta che ti avvicini. Non è panico, è realtà: con la Legge di Bilancio 2026 e l’aggancio all’aspettativa di vita, alcuni profili rischiano davvero di scoprire tardi che l’uscita dal lavoro non è così vicina come pensavano.

Cosa cambia davvero dal 2026 (e perché sembra un allarme)

Il punto non è che “sparisce la pensione”. Il punto è che diventano più stretti, e in parte più selettivi, i requisiti anagrafici e soprattutto i requisiti contributivi, mentre alcune scorciatoie temporanee si esauriscono.

Se hai una carriera lineare, continuità di versamenti e pochi buchi, potresti non accorgertene subito. Se invece hai avuto interruzioni, periodi di part-time, lavoro discontinuo o anni fuori dal mercato, allora sì, il rischio di restare incastrati aumenta.

Fine di Quota 103: la porta che si chiude dal 2026

Uno dei cambiamenti più chiari è la fine di Quota 103. La combinazione “62 anni di età + 41 anni di contributi” non viene prorogata oltre il 2025.

In pratica:

  • chi matura i requisiti entro il 2025 può rientrare nella misura (seguendo finestre e regole previste),
  • chi li matura nel 2026 non può più contare su Quota 103 e deve orientarsi su canali ordinari o su eventuali nuove misure future.

Per molti è lo scatto psicologico più duro: si era pianificato con un’uscita “anticipata”, e improvvisamente resta la strada più lunga.

L’età di vecchiaia si muove con l’aspettativa di vita

Fino al 2026 resta il riferimento dei 67 anni per la pensione di vecchiaia. Poi entra in gioco l’adeguamento ISTAT all’aspettativa di vita, con un aumento graduale.

Secondo le indicazioni riportate, dal 2027 si ipotizza:

  • 67 anni e 1 mese (2027),
  • 67 anni e 3 mesi (2028).

Attenzione: restano in linea generale esclusi dall’adeguamento alcuni lavoratori in attività gravose e usuranti, ma non è una coperta che copre tutti. Se il tuo lavoro è faticoso “di fatto” ma non rientra nelle categorie previste, potresti non beneficiare delle deroghe.

Pensione anticipata ordinaria: più contributi richiesti

Qui l’asticella che pesa di più è quella dei contributi. Con gli adeguamenti previsti, i requisiti contributivi per l’anticipata ordinaria aumentano:

  • Uomini: 42 anni e 11 mesi (2027), 43 anni e 1 mese (2028)
  • Donne: 41 anni e 11 mesi (2027), 42 anni e 1 mese (2028)

Per chi è “quasi arrivato”, anche pochi mesi contano. Soprattutto se stai alternando periodi di lavoro e non lavoro, perché quei mesi diventano più lenti da accumulare.

Il nodo dei 20 anni: quando l’età non basta

Molti pensano: “arrivo a 67 e ho risolto”. In realtà, oltre all’età serve un minimo contributivo, e per alcune persone il problema è doppio: pochi anni versati e importo dell’assegno troppo basso.

La regola evidenziata nel 2026 rafforza il concetto che, con 20 anni di contributi, potrebbe servire anche un importo minimo pari a 3 volte l’assegno sociale. Si parla della possibilità di usare la previdenza complementare per raggiungere la soglia, su richiesta e con limiti specifici, ma con paletti (ad esempio un tetto massimo fino ai 67 anni).

In altre parole: non è solo “quando” vai in pensione, è anche “con quale importo minimo” riesci a far scattare il diritto.

Chi rischia davvero di restare “senza uscita” nel breve

Ecco i profili che, più degli altri, possono trovarsi a dover aspettare più a lungo:

  • lavoratori con carriere brevi o iniziate tardi, quindi lontani da quota 41-43 anni di versamenti
  • persone con carriere interrotte (disoccupazione, cura familiare, lavoro stagionale)
  • chi è vicino all’età di vecchiaia ma ha meno di 20 anni di contributi o un montante basso
  • chi svolge mansioni faticose ma non rientra nelle tutele per lavori gravosi o usuranti
  • chi puntava su misure temporanee e ora deve ricalcolare con regole ordinarie e più rigide

Cosa fare adesso: tre mosse concrete (senza farsi travolgere)

  1. Conta i contributi effettivi, non “gli anni lavorati”, verifica buchi, part-time e periodi non coperti.
  2. Valuta se ti conviene costruire un “ponte” con previdenza complementare, soprattutto se temi la soglia d’importo.
  3. Fai una simulazione: il simulatore INPS e un confronto con un patronato possono chiarire subito se sei in linea o se ti manca più di quanto immagini.

La sensazione di allarme nasce quando scopri queste cose all’ultimo minuto. Se invece ci metti mano ora, anche con regole più dure, almeno riprendi in mano la mappa. E la meta, per quanto si sposti, torna ad avere un percorso leggibile.

Redazione Riso News

Redazione Riso News

Articoli: 153

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *